DOMENICA 11 OTTOBRE 2009: le prime impressioni dell’assessore Castagnetti

Sono arrivato. Il "tempo delle responsabilità" e' iniziato. Non faccio neppure in tempo a guardarmi attorno che la realtà appare chiara ed evidente davanti ai miei occhi. Gerusalemme è divisa e un grande muro la taglia in due. Sono partito con il desiderio e l'impegno di osservare con sguardo e spirito liberi, faccio il possibile ma è davvero difficile. Il contesto, almeno quello che ho potuto osservare nei primi due giorni, testimonia il contrario. Non c'è spartizione equa della terra e delle risorse. Sono in Cisgiordania, attraverso prima Gerusalemme, arrivo a Betlemme, e oggi tutto
il giorno lo passo ad Hebron. E’ il viaggio della pace e delle responsabilità e avrò modo di parlare anche con i referenti della comunità ebraica, ma adesso sono in territorio palestinese. Dico palestinese, anche se in Cisgiordania ci sono molte comunità ebraiche (i coloni), ci sono muri che prendono vie diverse dal confine iniziale, strade che la percorrono e che non possono essere utilizzate dai palestinesi e rappresentano un'altra barriera. E poi posti di blocco e sbarre da superare. La vecchia citta' di Hebron e' circondata da 110 check point e proprio nel centro vive una colonia di 400 cittadini ebrei. Il filo spinato e le strade bloccate circondano le case e a loro difesa sono schierati più di mille soldati israeliani che controllano chiunque voglia entrare. Così anche noi(il nostro gruppo è formato da 40 persone) passiamo attraverso sbarre e metal detector. La differenza è abissale: tanto è animata la parte palestinese, tanto è deserta la parte ebraica, così da essere soprannominata la città fantasma. Percorrendo i vicoli osservo, sopra la mia testa, reti metalliche coperte da pietre e rifiuti: mi dicono che ai piani alti vivono i residenti ebrei, mentre sotto stanno i palestinesi, e le reti servono per proteggere dalle cose lanciate dall'alto. In effetti, quelle pietre potrebbero tranquillamente sfondare la testa di un passante. Hebron rappresenta, per i credenti delle religioni monoteiste, un luogo fondamentale e sacro; qui, infatti, ci sono le tombe dei padri. L'emozione è grande, ma altrettanto lo è la delusione. Anche la tomba di Abramo è letteralmente divisa in due. Si trova infatti al centro, con la moschea da un lato e la sinagoga dall'altro, e un vetro blindato che la taglia nel mezzo, divedendo le parti.

Altra tappa di questa giornata è il campo profughi di Al-Fawwar. Sorti più di 40 anni fa, questi accampamenti dovevano essere temporanei, ma esistono ancora oggi. Luce, acqua sono ad intermittenza, e i servizi essenziali sono davvero scarsi.

Oggi gli occhi e il cuore mi guidano verso la solidarietà con il popolo palestinese, un popolo raccolto in una terra a lui destinata, ma ampiamente saccheggiata e divisa. Se l'identità di un popolo, oltre che dalle tradizioni e dalla storia, passa attraverso il concetto di Stato e sovranità, quello che ho visto oggi mi fa dire che al popolo palestinese questa identità è negata quotidianamente. Ma questo e' un viaggio lungo. Domani saremo in territorio israeliano, ad Haifa: ascolterò altre persone e vedrò altri volti, e questi sono tutti i volti per i quali i Governi europei devono impegnarsi per costruire la pace. Non fosse altro che per opportunità, perchè l'Europa non veda scagliate su di sé le ripercussioni di questa guerra che sembra eterna.

Giovanni Castagnetti Assessore al Futuro del Comune di Piacenza

MERCOLEDI’ 14 OTTOBRE 2009:il viaggio della Pace continua.

La Palestina è un percorso ad ostacoli, ostacoli che sono dovunque: per le strade, nelle case, nei campi, negli uomini. Hanno radici profonde che scavano la terra per ergersi robusti a delimitare dei confini che, prima di tutto, sono dentro il cuore degli uomini.

Nei miei percorsi di vita, ho incrociato molte realtà dalle quali mi sono lasciato appassionare, ma, a onor del vero, le problematiche legate a questa terra e ai suoi popoli non li ho mai approfonditi con accuratezza.

Forse è perché sto vivendo questa esperienza,certo che mi dispiace, ora, di non aver trovato il giusto spazio, in passato, per creare legami con questa terra e farmi coinvolgere maggiormente; perché qui è impossibile rimanere indifferenti. Si, perché l’incontro con questa terra penetra in profondità.  Quando ci si ferma e si chiudono gli occhi, si percepisce tutto intorno la sacralità del luogo e si ascolta il respiro di Dio. Si avverte che questo è il luogo della fratellanza tra i popoli. Quando poi riapriamo gli occhi, questo luogo trasuda di barriere e muri che dividono.

I gruppi (ne sono stati formati 10), viaggiano separati incontrando varie realtà, con le quali vengono scambiate impressioni ed esperienze. Con il mio gruppo  ieri sono andato ad Haifa, per incontrare gli amministratori locali e le donne in nero, per poi incontrare i responsabili di Jesser Ezzarqa, l’unica città della costa nord, abitata interamente da musulmani, risparmiata nel 1948 dall’abbattimento ad opera degli israeliani. Altri gruppi hanno visitato gli insediamenti dei coloni, altri ancora hanno incontrato i sindaci del distretto di Tel Aviv e Nazareth. Nei resoconti di tutti c’è unanimità nel percepire una fluidità nei rapporti con i Palestinesi che si dilungano a descrivere la loro situazione, mentre risultano più problematici i rapporti con gli israeliani. Le ragioni sono evidenti, tanto deve essere rimarcata la necessità di risolvere questo conflitto da parte dei primi (per riavere le loro terre, per poter tornare a casa e spostarsi liberamente), quanto si sentono dalla parte del giusto i secondi e perciò trovano superfluo parlare. Come dicevo, ad Haifa abbiamo incontrato due rappresentanti della municipalità, due assessori referenti, il primo all’Urbanistica e la seconda al Welfare. Quest’ultima ha descritto il rapporto tra ebrei e arabi anche nella quotidianità citando come esempio la scuola; le scuole pubbliche sono dedicate sia agli ebrei che agli arabi. Ha detto, inoltre, molto esplicitamente che le azioni e la politica di Israele sono strettamente legate al tema della shoa e si basano sul concetto del risarcimento, del sentirsi dalla parte del giusto per l’immane torto subito. Nella seconda parte della giornata ho fatto visita, insieme al mio gruppo, ad alcuni quartieri di Haifa e alla città di Jesser Ezzarqa: si è potuta verificare la veridicità delle parole dell’assessore. Il nostro gruppo ha incontrato,comunque, alcun amministratori sensibili, mentre, negli incontri degli altri gruppi, le istituzioni ebraiche sono state descritte come reticenti, molto formali.

Ieri invece abbiamo preso parte, a Gerusalemme, a una conferenza sul ruolo dell’Europa, sulle sue responsabilità per la costruzione della pace. Forte e chiaro è stato il messaggio lanciato dal coordinatore del movimento degli enti locali per la pace. Afferma infatti che siamo qui per fare quello che i governi dovrebbero compiere e affermare le proprie responsabilità. Operando, a questo punto, non per pacifismo, ma per sano realismo. Perché siamo coscienti dei pericoli che si pongono davanti a noi.

Come europei abbiamo un interesse vitale: oltre al giusto desiderio di pace tra palestinesi ed israeliani, c’è anche un interesse proprio dell’Europa. I motivi sono da ricercare nella coerenza con i valori di fondo delle nostre costituzioni, nella volontà di combattere il terrorismo e soprattutto combattere gli interessi che lo sostengono, ma sono anche di tipo economico: si stanno sprecando montagne di soldi in aiuti in seguito a questo conflitto senza che nulla cambi. Non solo, non possiamo permetterci che il conflitto si espanda nelle nostre capitali. L’Europa attraverso l’azione dei governi, deve trovare un modo concreto per saldare il debito nei confronti degli ebrei, ma deve anche fare in modo che vengano preservati i diritti dei palestinesi. Che questi ultimi non debbano, a loro volta pagare le conseguenze di azioni (quelle legate all’olocausto) agite proprio dagli europei. Il popolo palestinese non deve essere la vittima sacrificale di queste azioni e l’Europa deve uscire da una inattività ancora più complice.

L’invito ai governi è forte ed esplicito: bisogna avere coraggio ed uscire dall’immobilismo. Affermare con determinazione la costituzione dei due Stati e dei diritti dei due popoli e individuare una linea coerente che alle parole faccia seguire i fatti.

Giovanni Castagnetti

Assessore al Futuro del Comune di Piacenza

GIOVEDI’ 15 OTTOBRE:il percorso continua. Siamo ancora in viaggio e anche oggi è stato speciale vedere, incontrare, ascoltare, riflettere, per poi andare. Come al solito partenza all’alba, perché al muro non si sa mai che facciano scendere tutti dal pullman (è già successo) e controllino i documenti. Passeremo prima per il campo profughi di Al-Shufat, per continuare con la visita a Yad Vashem, il museo dell’olocausto, infine la giornata terminerà con l’incontro con i responsabili delle associazioni dei familiari delle vittime di guerra israeliane e palestinesi: parents circles.

Il viaggio ha tutte le caratteristiche per essere anche un percorso di speranza. Il campo e il museo rappresentano il viaggio verso gli abissi della segregazione il primo, e dell’annientamento e del massacro il secondo; mentre l’incontro con i parenti delle vittime è il riscatto dell’uomo che eleva il proprio spirito per costruire, o almeno tentare di costruire, una vita di pace.

Anche al campo profughi tutto comincia con un check point. Noi entriamo senza troppi problemi (il nostro arrivo era conosciuto e in più siamo accompagnati da operatori dell’Onu che si occupano del campo) gli abitanti del campo, invece,  fanno una lunga fila per poterne uscire. E non è detto che ci riescano,  tutto dipende dall’accettazione della domanda e dai controlli dei militari israeliani. La fila degli abitanti del campo che vogliono uscire per andare a lavorare, studiare, o per andare dal medico è già lunga alle quattro del mattino. Chi desidera passare, deve aver già ottenuto il visto dell’ufficio competente. Permesso del datore di lavoro e prescrizione medica sono indispensabili. Al campo vivono oggi circa 18mila persone (erano 3500 quando è stato creato dal governo  giordano tra il 1964 e il 1967) ed è uno dei 58 campi profughi del Medio Oriente. Gli operatori dell’Onu si occupano dell’organizzazione di  scuole, assistenza sanitaria e di altri servizi mentre è in capo al governo di Israele l’erogazione di acqua o la raccolta dei rifiuti; una raccolta saltuaria, tra nubi di fumo, un modo approssimato e discutibile per smaltire i rifiuti. La visita si protrae per tutta la mattina: possiamo osservare le condizioni di vita degli abitanti anche se i miei occhi vanno sempre nella direzione del corridoio di reti metalliche che porta alla barriera del campo: causa principale del degrado, della povertà e delle sopraffazioni.

Il viaggio continua al museo dell’olocausto Yad Vachem, luogo della memoria che ricorda sei milioni di ebrei morti nei campi di concentramento. Qui infatti il lavoro consiste nel recuperare i nomi delle persone decedute, cercando di ricostruirne la storia e così sono decine di migliaia gli oggetti che le ricordano.

Yad Vashem è un luogo immenso e il percorso ideato porta ad uscire da questo lunghissimo tunnel, un po’ metafora e un po’ realtà, racchiude dentro il cuore tutte le persone morte (rappresentate da un’infinità di raccoglitori disposti su un immenso scaffale in una sala circolare) verso il nuovo mondo, dove ad accoglierci c’è il giardino degli uomini giusti: le persone che, non rimanendo indifferenti allo sterminio degli ebrei, si sono prodigate per salvarli rischiando e spesso perdendo la propria vita.

E’ il grande segno di speranza che mette in risalto lo scopo di questo viaggio: l’assunzione di responsabilità da parte di ciascuno di noi che non deve rimanere nella zona grigia dell’indifferenza, ma prendere posizione davanti alle ingiustizie. La naturale evoluzione della giornata è quindi l’incontro con i responsabili delle associazioni dei famigliari delle vittime sia israeliane che palestinesi. Robi Damelin, israeliana e madre di un soldato ucciso, e Ali Abu Awwab il cui fratello è invece stato ucciso dai soldati israeliani. Sono davanti a noi sul palco, l’uno accanto all’altra e raccontano le loro personali e dolorose storie. Con le loro parole ci conducono nel difficile viaggio che li ha portati ad allontanare l’odio per chi ha ammazzato figli e fratelli, per trovare, in modo concreto, una risoluzione perché la spirale che porta sul baratro della guerra, sia interrotta. Da loro non vengono rinnegati i sentimenti che accompagnano il lutto, ma l’elaborazione ha seguito vie diverse e il loro impegno è quello di aiutare, in questo percorso, tante altre famiglie. La giornata è un “viaggio nel viaggio”. Sono stati percorsi molti chilometri, ma il percorso vero è questo viaggio di redenzione. Che è una via possibile, tracciata proprio da israeliani e palestinesi per raggiungere il grande obiettivo della pace. E tutta la giornata è un richiamo alle responsabilità di ciascuno di noi e dei governi che ci rappresentano.

La linea grigia dell’indifferenza, che non fa seguire azioni alle parole, può e deve essere abbandonata perché, come tutto quello che abbiamo vissuto in questa giornata, ci dimostra che cambiare è possibile, per arrivare alla pace nel rispetto di quelle leggi morali che assegnano a ciascun popolo la sovranità e libertà sul proprio territorio.

                                             Giovanni Castagnetti

                                                Assessore al Futuro del Comune di Piacenza

 

Viaggio della pace: ritorno a casa per ripartire

 

Sono tornato dal viaggio, la stanchezza e la frenesia dell’ultimo giorno non mi hanno permesso di scrivere da Betlemme il resoconto dell’ultimo giorno: lo faccio ora fra le mura della mia casa.

E’ strano come qualcosa di così familiare come le stanze di una casa possano dare serenità mentre a migliaia di chilometri un altro muro rappresenta l’infrangersi di un sogno, e toglie la sicurezza di una vita vissuta in libertà.

Ho compiuto il viaggio di ritorno con Ilo Steffenoni, uno studente di un liceo di Verona che ho incontrato sull’aereo d’andata col quale ho condiviso tutti i giorni le impressioni di questo viaggio. Abbiamo stretto un patto, mettendo a disposizione l’uno dell’altro quello che avremmo visto. Vedendo posti, situazioni, persone diverse ci saremmo arricchiti a vicenda. Giovedì scorso, insieme ad altre 25 persone ha ottenuto, in extremis, il visto per entrare a Gaza e questo è quello che Ilo mi ha scritto. “Quasi due ore di checkpoint per entrare a Gaza. Sono partito con un po’ di timore, ma soprattutto con una grande voglia di vedere con i miei occhi cosa vuol dire vivere là, perché fino ad oggi avevo sentito solo dei racconti. E’ stata una esperienza forte. Tutto quello che ho visto è difficile da digerire, perché là è il “nulla”. Solo macerie. Macerie e rassegnazione, e chi non è rassegnato è carico di rabbia. Ho visto una distruzione che è totale e ho visto le fondamenta di un palazzo che prima di essere fatto esplodere era stato riempito di 40 civili palestinesi. Ho visto cosa significa la guerra. Quello che ho visto mi ha cambiato. Sento il bisogno di tornarci, perché è una regione in cui nel buio più totale ogni tanto spunta uno spiraglio di luce. Una luce forte, che potrà espandersi in futuro ma bisogna aiutarla. Non posso dimenticare tre ragazzi della mia età con cui ho parlato nel luogo che una volta era un quartiere, e che adesso è una distesa di macerie. Due sono rassegnati, ma uno no. Le sue parole sono cariche di rabbia e dolore, e finchè mi racconta di come la sua casa sia stata distrutta da un missile, io mi rendo conto di una cosa: che se io fossi stato un israeliano mi avrebbe ucciso. Lui è nato nella guerra, è cresciuto nella guerra, comprende solo la guerra e morirà nella guerra. Perché chi nasce a Gaza non ci potrà mai uscire, morirà a Gaza. Perché si trova in una prigione a cielo aperto. Si trova in prigione nella sua terra”.

Ho riportato per intero il suo resoconto, non ho tolto una virgola. Io non sono stato a Gaza, ma leggendo il suo racconto l’unica cosa che mi trasmette è angoscia e dolore. Nomina la speranza ma in modo impersonale, non riporta segni tangibili di essa in quello che ha visto, sembra che lo dica quasi per tranquillizzarsi. E’ strano che un ragazzo non veda e non riporti almeno un po’ di vita e speranza. Di questa non c’è il minimo segno. Mi domando come sia possibile che il nostro mondo di uomini non possa trovare una soluzione per dare a tutti i ragazzi una minima speranza. L’impegno che noi dobbiamo metterci è grande, nessuno escluso, soprattutto noi che abitiamo dall’altra parte del muro.

Anche qui a Piacenza è possibile adoperarsi per trovare una via di mediazione e risoluzione di questa che sembra essere la madre di tutte le guerre. Una guerra che da 50 anni continua il suo corso e del quale non si vede la fine.

Ma oltre ai popoli di Palestina e Israele forse lo dobbiamo a noi stessi e ai ragazzi che abbiamo vicino a noi: troppo spesso dimostriamo di saper alzare muri attorno a noi, che non lasciano passare le persone che ci vivono accanto, e che, con fatica, a volte mai, riusciamo ad abbattere.

Il comitato degli Enti locali per la pace, di cui Piacenza fa parte, si troverà a breve per discutere un’azione congiunta per fare pressione affinchè una soluzione sia individuata e portata avanti con determinazione con la speranza di essere ascoltati. Per dare speranza.

         

Giovanni Castagnetti Assessore al Futuro del Comune di Piacenza