Casella di testo: Appena entrati in chiesa, a sinistra, si ammira il bellissimo affresco del Sant’Agostino che il Pordenone dipinse nel 1529-30. Chi conosce Agostino nella vita e nelle opere difficilmente potrà figurarselo diversamente: gli occhi intelligenti e pieni di bontà, la fronte alta e spaziosa espressione di una mente meditabonda, la naturalezza dell’espressione fanno di questo dipinto un capolavoro. Per salvarlo dall’umidità, che ne minava l’esistenza, l’intonaco fu staccato dal muro; e  sebbene questa operazione sia stata fatta da mano maestra, pure i colori, specialmente nei putti, hanno sofferto. Nel fregio sopra il Sant’Agostino, un quadro rappresenta Faraone che restituisce ad Abramo Sara di Benedetto Marini. Di fianco sopra l’arco: Rebecca dà da bere a Eliezer, servo di Abramo, di Camillo Gavasetti.

 

Le Cappelle dei Magi e di Santa Caterina , il braccio sinistro della Croce. Dopo il Sant’Agostino si entra nella Cappella dei Re Magi, tutta dipinta dal Pordenone. L’affresco sopra l’altare rappresenta l’Adorazione dei Magi: lavoro di molte figure, naturalissime nelle espressioni, armoniche nei colori, ben distribuite in modo da non generare confusione: con uno sfondo in cui le figure e le cose sembrano in rilievo, tanto sono vere. Nel 1873 fu fatto ricopiare, nelle identiche proporzioni, dal Governo francese ad opera del pittore Andrieux per la nuova Galleria di Parigi. A sinistra è la Natività di Maria: l’Autore avrà voluto rendere omaggio alla scuola di Michelangelo, muscoleggiando nelle due figure che lavano la Bambina; ma questo lavoro è inferiore agli altri. Purtroppo anche questo quadro ha dovuto subire l’operazione del Sant’Agostino. Disgraziatamente il distacco e il ritocco fu fatto da mano inabile, per cui il dipinto è rimasto guasto. Nelle lunette sono rappresentati i Pastori al presepio, e la Fuga in Egitto. Sui pilastri sono puttini con emblemi, animali ecc. L’altare, ornato di pietre fini, contiene l’arca dove si trova il corpo del beato Marco da Bologna. Questa Cappella fu fatta dipingere da Pier Antonio Rollieri, uno dei primi fabbricieri della Chiesa.

 

Casella di testo: PORDENONE
Cappella di santa Caterina

Sposalizio mistico 
                          

                                                                                            

 

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       Uscendo da questa Cappella ed entrando nel braccio vicino, sull’altare di marmo si trova il quadro di San Francesco in estasi di Gaspare Traversi. Sopra questo vi sono quattro bei quadretti con episodi della vita di San Francesco: 1º Sogno di San Francesco, 2 º San Francesco e Angeli (nel fregio), 3 º San Francesco riceve le stimmate, 4 º San Francesco nel roveto (nel fregio), opere di Camillo Procaccini. Ai lati dell’altare si trovano i due quadri di San Rocco e di San Sebastiano dello stesso Autore. Sopra la porta laterale un Coro d’angeli, di Autore ignoto del sec. XVI; alla parete opposta una Deposizione di Cristo dalla croce di Daniele da Volterra, copia fatta dal Volbert. Nel fregio sopra la Cappella dei Re Magi, il quadro: Giacobbe si incontra con Rachele del Gavasetti; sopra la porta minore, l’Angelo e Gedeone del Guidotti ; sopra l’altare di San Francesco, Abigail va incontro a Davide di Alessandro Tiarini; sopra la Deposizione, Rahab a Gerico di Paolo Pini. Infine sull’arco della Cappella di Santa Caterina V. e M. vi è il quadro di Giaele che conficca un chiodo nelle tempia di Sisara del Marini. Si entra nella Cappella di Santa Caterina, anche questa tutta dipinta dal Pordenone. Il bellissimo quadro dell’altare rappresenta le Nozze mistiche di Santa Caterina e i due Apostoli Pietro e Paolo. Graziosa la movenza di Gesù Bambino, che si stacca dalle braccia della Madre per mettere l’anello nel dito di Santa Caterina che porge la mano al celeste sposo. Quanta grazia e nobiltà nella Madonna; e qual gruppo grazioso quello dei puttini intorno al contrabasso, quasi a celebrare l’epitalamio di questo celeste sposalizio! E’ tradizione o, forse meglio, leggenda che nel volto di San Paolo il Pordenone effigiasse se stesso, e in quello della Madonna sua moglie. In questa Cappella, a sinistra, si vede lo stupendo affresco della Disputa di Santa Caterina coi filosofi pagani, storia piena di vita e di naturalezza in ogni figura: opera veramente di straordinario valore, da essere attribuita al Tiziano. Da un elegante balcone si protende la figura dell’imperatore Massimino, il quale sembra arringare i sottostanti filosofi contro la debole giovinetta, che sapeva tenere testa alla dottrina e ai sofismi di quei barbuti filosofi. Le espressioni dei loro volti sono naturalissime: alcuni sfogliando e consultando libri, sembrano cercare negli scritti e nell’autorità di Aristotele e di Platone quella dimostrazione, che i loro sofismi erano incapaci di formare per scuotere le forti convinzioni di una giovinetta. Sono figure veramente parlanti. Le lunette rappresentano il Martirio della ruota applicato alla Santa e la Decapitazione della medesima. I pilastri e gli archi della Cappella sono dipinti ad arabeschi, frutta, putti con emblemi, strumenti musicali: tutti assai bene conservati. La cupoletta con Santi e figure allegoriche è stata oggetto di un recente restauro, come è avvenuto pure per lo Sposalizio, da parte della Soprintendenza. Le pitture di questa Cappella furono fatte per incarico della Contessa Caterina Scotti maritata in Paveri Fontana. Nel 1629 un suo nipote fece murare una lapide, che poteva essere collocata più in basso senza intaccare il dipinto.

Presbiterio e coro, braccio superiore

Entrati nella crociera, nel fregio sopra l’arco della Cappella di Santa Caterina, si trova Debora nel campo di battaglia di Daniele Crespi. I dipinti – alquanto sciupati – sotto le due cantorie sono di Camillo Alsona; la cantoria del controrgano è di Giovanni e di Giuseppe Chiodi su disegno di Giuseppe Grattoni. Questi disegnò, intagliò con maestria rosoni, decorazioni e putti della cantoria dell’organo. Ambedue furono poi indorate nel 1611 dall’orefice Antonio del Forno. Nel presbiterio, dopo i restauri del 1791, si osserva una ancona a forma di tempietto eseguita dal milanese Giuseppe Buzzi, su disegno del piacentino Francesco Ghezzi. Le figure e i vasi di marmo sono del milanese Carlo Albertelli. Nella nicchia, rivestita di mosaico d’oro, è l’antico simulacro della Vergine, con ai lati San Giovanni Battista e Santa Caterina Vergine e Martire. Distrutta la Cappella Tramelliana, che ai lati aveva due anditi i quali dalla chiesa conducevano al coro, l’architetto Lotario Tomba vi eresse il presbiterio attuale. Tutti i dipinti del presbiterio sono del piacentino Giuseppe Gherardi, eccetto una figura ideale di Madonna di Antonio Campi, dipinto salvato dalla distruzione vandalica ordinata dalla fabbriceria nel 1791, prima nascosto, poi qui portato nel 1890. Passando in coro, sulla cimasa in fondo, si ammira una Santa Caterina Vergine e Martire, già attribuita al Pordenone ma opera di Giulio Cesare Procaccini. Negli angoli della lunetta, l’Arcangelo Gabriele e Maria Annunziata di Camillo Boccaccino, due tele che prima si trovavano nella parte interna delle imposte o ante che chiudevano l’organo. A lato si trovano pure i Santi Apostoli Giacomo e Giovanni di Cristoforo Magnani di Pizzighettone ed il Beato Marco da Bologna della scuola del Lanfranco (sec. XVII). Verso le due porte di uscita, a destra Giaele e Sisara; a sinistra, Sansone e Dalila. I dipinti del fregio sono di Giuseppe Gherardi. Il Coro, semplice ma bel lavoro d’intaglio, è opera di Giulio Rossi, intagliatore piacentino, che lo terminò nel 1565. Nella parte posteriore dell’altare una lapide ricorda Isabella Farnese, morta nel 1718, e il fratello Francesco che volle che il suo cuore fosse accanto alla sorella († 1727). In una cappella, in fondo al coro, è una Sacra Famiglia di Bernardino Campi, che ha del peruginesco. Dal coro alla sagrestia si passa per un andito, dove si possono osservare una statua dell’Addolorata della Ditta Graziani di Faenza ed una lapide in marmo rosso che ricorda un francescano, celebre al suo tempo, Padre Angelo Leccacorvi. Nella sagrestia vi sono sei lavori giovanili di Gaspare Landi, rappresentanti Santi Francescani.

Le Cappelle di Sant’Antonio e di Santa Vittoria, il braccio destro della Croce

 

Dalla sagrestia si passa in chiesa dalla parte dell’organo fabbricato dai Serassi  di Bergamo. Sotto la cantoria è murata una lapide che ricorda il famoso organista Padre Davide (Felice Moretti) da Bergamo. Nel fregio, sopra l’arco vi è l’Angelo che appare a Manoe e alla moglie, del Guercino. Nella Cappella vicina il quadro dell’altare rappresenta la Madonna con Sant’Antonio di Padova e vari Santi francescani, opera dell’Avanzini; San Francesco che ottiene l’indulgenza della Porziuncola sulla parete di fianco è di Camillo Procaccini. Gli ornati della Cappella sono di Francesco e Ferdinando Galli Bibiena. Nel fregio sopra l’arco, nella crociera del Crocifisso, è il quadro di Ruth nel campo dei mietitori di Booz di Alessandro Tiarini; poi accanto Mosè salvato dalle acque di Antonio Triva. Nella parete sottostante, l’Annunciazione di Maria, capolavoro del bavarese Ignazio Stern (1724). L’altare di marmo contiene le quattro statue in legno del fiammingo Jan Geernaert, rappresentanti il Crocifisso con ai piedi la Madre, la Maddalena e Giovanni (1757). Il Mosè e il David che si trovano ai lati, sono opera del Gherardi. Appena sopra, due quadretti: Abramo e il sacrificio di Isacco e Rachele al pozzo di Giacobbe, attribuiti a Giuseppe Manzoni. Nel fregio sopra l’altare, il Gesù flagellato, incoronato di spine e caricato della croce dello stesso Manzoni. Nella parete sopra la porta è un Coro d’Angeli festanti di Autore ignoto. Nel fregio si vede David unto re d’Israele di Gian Maria Conti, e accanto, sopra l’arco della cappella seguente di Santa Vittoria, Giuditta con gli occhi rivolti al cielo di Giuseppe Milani.

 

 
                    Nella Cappella, dedicata a Santa Vittoria Martire , si può osservare nella cupoletta la Storia della Santa e Profeti, opera del piacentino Ferrante Moreschi. Il quadro all’altare rappresenta San Luigi re di Francia, di Paolo Bozzini, mentre quello sulla parete di fianco rappresenta la Concezione Immacolata, buon lavoro dell’Avanzini. Nel fregio sopra l’arco vi è Tobia che abbrucia il fegato e l’Arcangelo Raffaele che scaccia il demonio di Daniele Crespi; poi Sansone e Dalila di Ludovico Pesci. Sotto, il grande affresco San Giorgio che uccide il drago di Bernardino Gatti: viene reputato il suo lavoro migliore. Nel 1913-14 per proteggerlo dall’umidità venne staccato dal muro dal prof. Filippini di Parma e collocato su un graticcio di filo zincato.

Casella di testo: Sopra la porta maggiore, nel quadro del fregio è dipinto Davide incontrato dalle donne ebree e, ai lati, due Profeti di Ludovico Pesci. Nella sottostante lunetta è dipinta Ester innanzi al re Assuero; lateralmente il Sogno di Giacobbe e Mosè presso il roveto.

La cupola e il tamburo
Ed ora uno sguardo alla grande e magnifica cupola, che si erge nel mezzo della croce greca. Essa è dipinta dal Pordenone e da Bernardino Gatti, detto il Solaro. Il Pordenone dipinse tutta quella parte, che è sopra il tamburo. Nella volta della lanterna fece l’Eterno Padre sostenuto da una gloria di angeli. Nel cerchio che sta intorno alla lanterna dipinse una corona di putti stretti insieme ed aggruppati con una grazia e varietà mirabili. Divise il gran catino in diversi scompartimenti e vi dipinse Profeti, Sibille e Puttini in vari atteggiamenti. Ogni scompartimento è diviso da alcune liste sopra le quali rappresentò festosi baccanali, tramezzati da ovatini con fondo oro, sui quali pose a chiaroscuro alcune Storie della Bibbia.


  Sotto gli scompartimenti, scorre tutt’intorno una fascia istoriata di vari fatti mitologici, con molta incongruenza per vero dire, e nei pilastri, che dividono le finestre, sono dipinti otto Apostoli. Qui finisce l’opera del Pordenone. La continuò il Gatti, che nel tamburo fece in vari riquadri la Vita di Maria Vergine, e tra l’uno e l'altro fasce con putti che tengono in mano mitre, turiboli ed altri emblemi. Nei peducci dipinse i quattro Evangelisti, e attorno al tamburo scrisse: Bernardini De Gattis Papiensis opus. Questi lavori furono eseguiti nel 1543. La volta della chiesa fu dipinta nel 1576-88 da Giulio Mazzoni con figure ed arabeschi su fondo oro. Ma col tempo presero un velo nerastro e furono ritoccati con mano inesperta da un certo Antonio Cavatorta nel 1720, che le ridusse in una miserrima condizione, per cui dopo pochi anni furono sostituite stupendamente con cassettoni alla mosaica dal prof. Ercole con mirabile perfezione di prospettiva, per incarico del Padre Angelo Sgorbati. Il pavimento a marmi di vari colori fu eseguito nel 1595 dal milanese Giambattista Carrà e restaurato nel 1607 da Angelo Gatti. La statua di Clemente VII in plastica fu posta nel 1538 dal Governatore Alessandro Caccia, mentre i Frati Minori vi posero quella di Ranuccio I Farnese, fatta da Francesco Mochi nell’anno 1616.

    

All’ingresso della Chiesa, notevoli le porte di bronzo ad arabeschi e ricami, opera di ottima esecuzione del milanese Eugenio Bellosio (1880).

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