Esperienze - Elena

Associazione PADRE ANTONINO MAGNANI

home

chi siamo

contatti

 links

INDIA: L’ESPERIENZA DI ELENA          FOTO

 

Da circa 6 anni la mia famiglia ed io partecipiamo al progetto di adozioni a distanza organizzato dall’associazione “Padre Antonino Magnani” insieme al supporto delle Figlie di Sant’Anna, sostenendo l’adozione di un bimbo indiano di Santhipuram, di nome Achil. Fin dall’inizio dell’adozione abbiamo sentito fortemente la presenza di quel bimbo e della sua famiglia in mezzo a noi, pur essendo cosi lontani e vivendo in condizioni estremamente diverse e difficili. Ci tenevano uniti le lettere, scritte soprattutto durante i periodi di Natale e di Pasqua, ed anche lo scambio di foto che a tutt’oggi attendiamo e conserviamo sempre con tanto affetto. Con il passare del tempo abbiamo instaurato un legame tra noi e quella famiglia indiana, ed abbiamo potuto seguire meglio la crescita di Achil e i suoi progressi a scuola, a cominciare dalle sue prime lettere scritte in malaiano, fino agli auguri in inglese. Ho sempre pensato di volerlo incontrare, e già da almeno due anni sentivo la necessità di conoscere Achil, la sua famiglia e soprattutto le Figlie di Sant’Anna, coloro che tramite le adozioni riescono a portare la speranza di un futuro migliore alle popolazioni più povere e abbandonate come quelle del Kerala.

 

Cosi, nell’agosto del 2006, ho deciso di partire per un breve viaggio in India, anche in seguito al mio bisogno di conoscere una realtà diversa da quella a cui ero abituata, dove la gente è sempre troppo presa dalle mille cose da fare, senza mai guardare in faccia  nessuno e pensando solo al proprio benessere. Volevo trasportarmi in una realtà spogliata di tutto il superfluo, per ritrovare in un certo senso i valori di carità e comunione dell’essere Figli di Dio, e per capire se anch’ io potevo in qualche modo rendermi utile per il prossimo. Sono partita da sola, un po’ inconsapevole di quello che avrei trovato e con poche aspettative, ma aperta al dono dell’incontro con l’altro.

 

Al mio arrivo a Trivandrum ho potuto subito riconoscere la bontà, la generosità e la disponibilità di Suor Anna Rita e delle altre sorelle, che mi hanno attesa con pazienza ed accolta anche nel cuore della notte. L’impatto è stato ovviamente molto forte, mi sentivo davvero spaesata, in mezzo a quei volti così sconosciuti, dove tutto era nuova esperienza, suoni, odori, e parole incomprensibili. Mi sono affidata, ed è stato un continuo dono per me.

 

Ho trascorso dieci giorni presso il convento delle Figlie di Sant’Anna a Santhipuram, visitando la realtà di questo villaggio, che deve molto alla presenza delle Suore, e quella di altri due villaggi non molto lontani, Parendode e Koitoorkonam, dove sempre operano le Figlie di Sant’Anna. Ho potuto così conoscere e condividere anche la vita quotidiana al convento, fatta di molte preghiere (iniziano alle cinque del mattino e finiscono alle dieci di sera), lavoro duro ed ascolto paziente di tutti i pellegrini e bisognosi che a qualunque ora del giorno e della notte vengono a bussare alla porta del convento.

Durante i primi giorni ho visitato insieme a Sr. A. Rita la piccola comunità di sorelle situata a Parendode, dove è stata recentemente costruita ed inaugurata una scuola elementare. Al momento della mia visita ospitava circa trenta bambini, divisi in due classi, dai tre agli otto anni: i bimbi qui imparano a scrivere e leggere nella loro lingua, il malaiano, e in inglese. Mi ha colpito enormemente sapere che quei bimbi provengono tutti da famiglie poverissime e di diversi credo religiosi: nella stessa classe ci sono infatti bambini indù, musulmani e cattolici, che vivono ogni giorno a stretto contatto e spesso mangiano e dormono insieme con l’approvazione delle famiglie. Soprattutto per questi bambini, che vivono in questo villaggio montano è importante andare a scuola ed in particolare imparare l’inglese, in modo che in futuro abbiano qualche possibilità in più di inserirsi in città e un domani trovare lavoro, diversamente dai loro genitori, che vivono della coltivazione dei cocchi e della produzione della gomma dagli alberi di caucciù.

 

Successivamente ho fatto visita alle sorelle che operano a Koitoorkonam, un altro povero villaggio dell’entroterra. Qui le suore insegnano in scuole private, anche indù, e sperano presto di poter avere un proprio doposcuola; purtroppo devono anche convivere con la presenza di alcuni estremisti indù che, a volte, causano gravi problemi e non intendono accettare la presenza di cattolici nel villaggio.

 

Diversamente a Santhipuram la maggioranza degli abitanti è di fede cattolica e, come ho potuto ben constatare anch’io, sono molto devoti, soprattutto le donne: tutti i giorni la messa delle 6 del mattino è piena di persone, che cominciano cosi una lunga e dura giornata di lavoro. La messa della domenica poi ha un sapore speciale, con bei canti e molta partecipazione, seguita subito dopo dal catechismo per i ragazzi.

 

Le famiglie di Santhipuram vivono molto semplicemente, con poche rupie al giorno, sono famiglie di pescatori sottomessi a quello che il mare, non sempre generoso, dona loro giorno per giorno. Alcune famiglie hanno la “fortuna” di vivere in case in muratura, di stile occidentale, molto povere e vuote, ma comunque più sicure delle vecchie capanne fatte di foglie di cocco, che possono rovinarsi nei mesi delle forti piogge monsoniche. Visitando il villaggio mi sono resa conto ben presto delle condizioni di degrado in cui vive la gente: spesso manca l’igiene, la gente lavora per lo più fuori  casa, dove lava, cucina, sistema le reti da pesca e addirittura si riposa all’aperto, in mezzo a rifiuti ed animali. Gli spazi intorno alle capanne poi sono coperti di immondizie, anche se tutti, bambini compresi, camminano a piedi nudi nella sabbia; il problema maggiore per queste persone viene proprio dal mare, che da un lato dà loro la vita, il nutrimento, ma d’altra parte provoca anche dolore e malattia, data la grande e costante umidità di giorno e di notte: molti abitanti sono malati ai polmoni, hanno asma, bronchiti frequenti e croniche e spesso infezioni agli occhi. Necessitano costantemente di cure, sia gli adulti che i bambini, tra l’altro spesso malnutriti.

 

In questo triste scenario si inserisce anche un altro problema che colpisce molte famiglie: l’alcolismo. Per sfuggire alla fame molti uomini si ubriacano, anche perché paradossalmente l’alcool costa meno del cibo ed è più facilmente reperibile: tornati a casa maltrattano i loro cari, causando forti litigi e rotture all’interno della famiglia. Mi è capitato più di una volta, immersa nel silenzio e nella pace che contraddistingue gli spazi intorno al convento, di sentire urla e litigi provenienti dalle case al di là del muro che mi separava dal villaggio. Le Figlie di Sant’Anna vivono, pregano e lavorano in questo contesto. Cercano di dare un aiuto, ma anche di insegnare un altro stile di vita a questa sfortunata gente. Grazie a loro e al progetto delle adozioni, i bambini hanno assicurati gli studi, i vestiti ed il sostentamento che altrimenti non potrebbero mai avere: le Sorelle distribuiscono con precisione il ricavato delle donazioni e controllano attentamente che venga utilizzato per questi scopi. Aiutando in questo modo i bambini, si contribuisce notevolmente anche a migliorare la qualità della vita dell’intera famiglia.

 

Durante la mia visita al villaggio, ho potuto incontrare diverse famiglie e conoscere cosi anche molti  bambini adottati a distanza. Ogni volta che insieme a Sr. A. Mili mi avvicinavo a una casa o una capanna, mi venivano incontro i genitori e mi accoglievano nelle loro case. Come gesto di ospitalità ci offrivano sempre di sederci e di bere qualcosa con loro, chai (latte e tè) o acqua di cocco. Spesso nelle case ho notato alle pareti foto della famiglia italiana che aveva adottato il bambino con accanto lucine o candele, quasi a simboleggiare una continua preghiera per coloro che, pur essendo lontani, potevano aiutarli nella cura e crescita dei figli. Mi ha piacevolmente sorpreso osservare come questi uomini e donne, pur nella loro semplicità e povertà, volessero a tutti i costi dimostrarmi ospitalità e affetto, omaggiandomi con quello che avevano a disposizione. Con le Figlie di Sant’Anna poi, molte di queste famiglie hanno legato particolarmente e sono unite da sentimenti di reciproco aiuto ed affetto: quando possono, gli abitanti di Santhipuram cercano di donare qualcosa alle Sorelle, come riso, pesce, farina…

 

Nel corso delle visite alle famiglie, ho potuto anche incontrare quella del bimbo assegnato a noi, Achil, e fortunatamente ho potuto conoscerlo ed abbracciarlo! E’ stato davvero un incontro particolare e per me molto toccante: ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato in questo viaggio di averlo reso possibile. Non scorderò mai il sorriso di Achil quando gli ho regalato una semplice macchinina, un piccolo giocattolo cosi comune  da noi, ma impensabile per loro; e quando nel salutarlo ho continuato a gridare il suo nome fino a  farlo ridere! Come Achil, a Santhipuram e negli altri villaggi ci sono tanti altri dolcissimi bambini che meritano  davvero un futuro migliore e tutto il nostro aiuto. Molti altri bambini ad ogni modo ho potuto incontrati soltanto alla domenica dopo la messa e non durante le visite alle famiglie, in quanto erano spesso a scuola per gli esami di fine anno scolastico o al doposcuola per studiare. Adiacente alla chiesa infatti, c’è un salone dove i bambini dai 6 ai 14 anni si ritrovano con alcuni insegnanti e ad alcune mamme per studiare assieme le materie più varie.

 

Sempre accompagnata dalle Figlie di Sant’Anna ho potuto inoltre verificare la situazione di un altro progetto avviato grazie a loro, alla nostra associazione, al Centro Missionario ed alla Caritas: la costruzione di cento case nel villaggio di Vihizinjam, situato sulla costa meridionale e recentemente colpito dallo tsunami del dicembre 2004. La ricostruzione di queste case si era già resa necessaria da tempo, in quanto molte famiglie di Vihizinjam vivono in capanne ammassate sia sulla costa che nel territorio interno, soffrendo di mancanza di spazio e con conseguenti problemi d’igiene e di sovrappopolazione. Oltretutto il disastroso maremoto di due anni fa, ha distrutto una parte del villaggio ed in particolare alcune capanne situate proprio sulla costa ed esposte maggiormente all’onda. Sono state scelte un centinaio di famiglie più bisognose di questo aiuto tra le trecento che lo richiedevano, ed è stato cosi possibile iniziare la costruzione delle case in muratura ed in stile occidentale in una zona più interna del villaggio. Per fare questo però si è dovuto prima di tutto livellare e bonificare il terreno dalle piantagioni naturali di cocco, predisporre quindi le fondamenta e costruire le case. Al momento della mia visita i lavori erano già stati iniziati da alcuni mesi, ma avevano riscontrato alcuni problemi a causa delle forti piogge monsoniche che avevano allagato addirittura le fondamenta già edificate. Attualmente i lavori stanno procedendo con successo ed entro pochi mesi sarà completata la ricostruzione di questa parte del villaggio di Vihizinjam.

 

Questa è la testimonianza del mio breve viaggio, di ciò che ho visto con gli occhi e delle emozioni che ho sentito con il cuore. Ringrazio tutti coloro che in qualche modo mi hanno aiutato a poter realizzare questo viaggio, a partire dall’associazione che mi ha fatto conoscere questa realtà, le Figlie di Sant’Anna che mi hanno ospitato e guidato nel loro quotidiano e che hanno voluto condividere con me ogni cosa, fino alla mia famiglia, che ha accettato la scelta di questo viaggio, a volte un po’ complicato: è stata una grande lezione di vita per me, che davvero vorrei poter ripetere. Ho avuto molto da questo viaggio, e per me sono stati davvero importanti gli incontri con la gente del posto: i più belli li ho proprio vissuti tra i ragazzi e bambini che partecipano attenti alle messe, arricchendole con canti dolcissimi, ma anche che animano il catechismo e il doposcuola con il loro vociare e con le insistenti loro domande a me rivolte in inglese, curiosi di capire da dove mai venissi. Non potrò mai scordare i loro sorrisi, spontanei e stridenti in una realtà così dura, e soprattutto i loro sguardi, meravigliati e desiderosi di conoscere quella strana ragazza bianca con i capelli corti ma vestita di chudidar come le loro mamme.

 

 Elena Lugani – Piacenza                                                                          FOTO